E venne chiamata due cuori…

Sono in Danimarca da quasi un mese e da un certo punto di vista sembra una vita, mentre da un altro devo ammettere che mi sembra di essere appena arrivata.

La cosa che ha caratterizzato principalmente questo periodo è il dualismo: sembra al contempo tanto e poco tempo, ho nostalgia di casa, dei miei affetti, ma amo questa vita indipendente, adoro l’Italia ma vedo che la Danimarca sa essere più generosa con i suoi cittadini, anche perché la gente fa di tutto per far funzionare le cose in un certo modo.

Il titolo dell’articolo non è quindi un caso. “E venne chiamata due cuori” è un romanzo autobiografico di Marlo Morgan sulla propria esprienza in Australia in mezzo agli Aborigeni, un’avventura che le ha cambiato la vita e il modo di vedere le cose. Proprio quello che cercavo prima di partire e che sto trovando qui.

Ho voluto inoltre dare questo titolo perché anch’io, come l’autrice, comincio ad avere due cuori.

Come a casa, qui inizio ad avere i mei “luoghi (assolutamente segreti) del cuore”, a sentire stranamente e piacevolmente famigliare la mia stanza (anche perché ho provveduto a stampare una serie di foto di fondamentale importanza per me, da attaccare alle pareti, che mi ricordano in ogni momento da dove vengo), la mia casa, la strada che percorro tutte le mattine per andare a dar da mangiare agli animali. Basse, il labrador del mio capo, inoltre, mi accompagna, ogni giorno alla stessa ora dalle pecore e dalle capre, creando una consuetudine che non fa altro che rafforzare il rapporto che si sta creando tra me e questo posto.

Ma le prime tre settimane non sono state tutte rose e fiori. Io e un altro volontario danese che vive con me abbiamo preso un virus intestinale che ci ha fatto stare malissimo. La mia fragilità psicologica è stata decisamente acuita da quella fisica e l’unica cosa che desideravo era tornare a casa, starmene sdraiata sul MIO letto e sentirmi amata e coccolata. Fisicamente ero uno straccio, non mi reggevo in piedi, e l’umore era sottozero.

Passata anche questa è stata la volta della dura prova del week-end da sola nel mio appartamento in mezzo ai boschi. Nel pomeriggio, verso le 18, dovevo andare a dare una mano alle cuoche in un cottage in mezzo al bosco, a circa 3 km dal mio appartamento. Fin qui niente di strano, se non fosse che qualche ora prima di partire era cominciata una bufera di neve. Mi sono quidi trovata da sola, con la macchina, sotto una tormenta, in mezzo al bosco.

Essendo scomparso il tracciato della strada e con lui il mio senso dell’orientamento, ho guidato per un tratto fuori dalla pista, pregando di trovare il prima possibile un punto di riferimento capace di farmi capire dove stavo andando. Guidare in quelle condizioni in un posto che praticamente non si conosce è stato pazzesco.

Poco dopo, ecco comparire davanti a me una catasta di legna dall’aria famigliare: il punto di riferimento che stavo cercando. Non so davvero come, ma sono riuscita ad arrivare sana e salva al cottage.

Alcuni ospiti sono invece stati recuperati in mezzo alla tormenta con il trattore.

E’ difficile raccontare il caleidoscopio di emozioni che provo, quello che sto apprendendo. Uno dei maggiori insegnamenti che i danesi mi stanno impartendo è la calma e la tranquillità. Ci sono tanti modi per fare una cosa. Loro prediligono quello rilassato. Sono sempre sereni, mai alterati o arrabbiati. Se qualcuno sbaglia, non c’è problema, è umano e capirà dai suoi errori.

Ieri sera sono stata invitata a casa del capo dell’organizzazione. Che ospitalità e capacità di mettere a proprio agio. E poi non ci sono parole per raccontare il piacere di conversare, in una fredda ma stellata notte nordica, in un cottage nel bosco dal soffitto basso e dal pavimento di legno, di fronte ad una stufa accesa, sorseggiando birra di produzione artigianale. Sono esperienze che si imprimono nel cuore e nella mente e mi fanno pensare a quanto sono fortunata per quello che sto vivendo, imparando. Non ho parole per descrivere tutto questo.

Ho pianto perché stavo male fisicamente e psicologicamente e adesso mi viene da piangere per l’emozione nel ripensare ai bei momenti.

In queste situazioni di difficoltà, ma anche in quelle di convivialità e quotidianità, sto scoprendo un’altra Giada: cose che pensavo di non sapere fare e faccio con una naturalezza che mi stupisce, risorse e capacità che nei momenti più difficili ho saputo tirare fuori non per risollevarmi, semplicemente, ma per vivere con il giusto grado di consapevolezza questa esperienza.

Non voglio tornare a casa e pensare “Se avessi fatto, se avessi detto, se avessi vissuto quei momenti con uno spirito diverso”. Non voglio rimpianti. Voglio un’esperienza autentica.

Ora, forse, potete capire perché “venne chiamata due cuori”… si comincia ad appartenere al nuovo habitat, a ragionare e a vedere le cose con un altro cuore… uno non basta più

9 commenti su “E venne chiamata due cuori…

  1. Mamma mia … ma scrivi proprio bene. Occhio che magari non ti venga fuori il materiale per un libro tutto tuo (foto illustrato ovviamente).
    Una copia autografata è già prenotata dal sottoscritto

    BRAVA BRAVISSIMA! Sei la migliore!
    Grazie per condividere la tua esperienza!
    A presto

    PS: NON BEVARE MASSA !

  2. speriamo che le nostre regioni sappiano creare delle oasi ecologiche sul modello di Houens Odd Spidercenter e promuovere la mobilità sostenibile. Congratulazioni Sig.a Milan per tenere alto l’orgoglio del nostro paese! Siamo con lei!

  3. Ciao ragazzi, vi assicuro che è (per me) e sarà (per voi e me in futuro) molto difficile tenere alto l’orgoglio del nostro Paese (che io amo con tutto il cuore), con la classe politica che ci ritroviamo :-((( Che tristezza nera e preoccupazioni per il futuro dell’Italia… Ci vorrebbe una bella ondata di peste bubbonica pilotata 😀
    Ma sto “tenendo bota” ;-))) Penso che chi parte come noi per dare una mano in altre organizzazioni all’estero dia già un buon esempio. Se poi si riesce a lavorare con profitto e come si vuole, seguendo anche le proprie aspirazioni e dando il meglio di sé per il progetto che si vuole portare avanti, allora si è raggiunto l’obiettivo.
    Forza e coraggio…
    Non ci “avranno” ;-)))
    Beso,
    Giada

  4. Complimenti Giada, davvero! Sia per il racconto, vivo e ricco di umanità, sia per l’esperienza che stai vivendo in luoghi splendidi. Apprezzo anche l’invito a resistere rivolto a noi bisognosi di moralità pubblica e di speranza. Ecco, dalle tue parole ho ricevuto un effetto antidoto per non soccombere al veleno che ci tocca sorbire ogni giorno. A presto
    F.V.

  5. Prof. Vallerani, la ringrazio per aver lasciato un messaggio nel blog, la cosa in sè, più le sue parole, mi riempiono di orgoglio. Sono inoltre davvero contenta a) di starmene per un po’ lontana dalla corruzione dell’Italia, visibile a tutti i livelli; b) di aver colto questa incredibile opportunità.
    Forza giovani!!! Andate e tornate con nuove e PULITE idee per migliorare il nostro Paese. Qui sanno davvero dare valore al Bene Pubblico. C’è solo da imparare. Cerchiamo di contribuire tutti, nel nostro piccolo, ad uscire un po’ dall’individualismo imperante in Italia. Se ne gioverebbe in massa. Troppa divisione tra le persone. Mancanza di solidarietà. Siamo solo dei poveri suicidi inconsapevoli…

  6. Ciao Giada, grazie per il resoconto della tua esperienza: una messaggio vero e sincero per chi vuole aver le idee più chiare prima di intraprendere il volontariato all’estero!

    Aggiungo una battuta sul discorso della situazione in Italia: è veramente un BRUTTO periodo, che va avanti ormai da diversi anni… e chissà quando migliorerà…
    Io però suggerisco di non serbare troppo risentimento e rancore: i presupposti storici, culturali e sociali ci hanno portato ad avere questo sistema: la colpa è di tutti e di nessuno allo stesso tempo… anche io che sono italiano mi sento in parte responsabile. E’ come quando un matrimonio va a rotoli: la responsabilità ricade sempre su entrambi i coniugi…

    Quindi io, tra le tante alternative, proporrei questo:
    i giovani in Italia dovrebbero guardare al loro futuro in chiave Europea, conoscere una o più lingue oltre la propria lingua madre, e non essere più confinati entro il proprio territorio nazionale. In fondo è questo uno dei principali obiettivi dello SVE: avere una maggiore consapevolezza europea, conoscere gli altri paesi e le diverse culture, al fine di comprendere i pregi e i difetti di ognuno, verso un miglioramento reciproco. Ogni Paese possiede, in misura maggiore o minore, lati positivi e lati negativi.
    Si tratta solo di migliorare ciò che non va! L’Italia è bellissima e gli italiani sono persone stupende!

    Se lo Stato non riesce a dare risorse e sostegno ai giovani, allora l’alternativà e guardare oltre casa nostra (senza disprezzo e senza rancore verso le nostre origini), sperando in tempi migliori!

    Un caro saluto,

    Roberto

  7. Brava veramente! Scrittura scorrevole e piacevole nella lettura. Considerazioni di un certo spessore e sentimento. Un abbraccio.
    cristiano

  8. Non so come scusarmi per non avervi risposto ma ho visto solamente oggi (!!!!!!!!!!) che avevate scritto!!!
    Ci tengo a ringraziarvi molto per il messaggio che avete lasciato in quanto il Blog mi ha permesso di raccontare cosa mi stava accadendo, condividendo con amici, conoscenti e non, quanto stavo vivendo.
    Lo SVE mi ha davvero cambiato la vita e in meglio, aggiungerei. Tornare a casa è stata dura, forse la vera sfida, ma lo spirito con cui affronto le cose e il bagaglio affettivo ed esperenziale accumulato è davvero notevole.
    Vorrei inoltre dire a Roberto che sono pienamente d’accordo con quanto dici riguardo i giovani, la necessità di scoprire il mondo attorno per poi tornare e dare un contributo alla nostra società. Non è facile, ma credo valga la pena stringere i denti e tentare.
    Non so davvero come ringraziarvi per questi preziosi momenti di condivisione.
    Un abbraccio,
    Giada

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