Perché lo SVE?

Perché si decide di fare il volontario in un altro Paese? Stare dai 2-3 ai 12 mesi lontani da casa?

Persone diverse, motivazioni diverse. Molti partono con l’idea di farsi una vacanza spesata, una vacanza-studio, data la possibilità di poter frequentare anche ad un corso di lingua in loco, altri con la volontà di fare davvero qualcosa di buono per sé ma anche per gli altri.

Da quando sono qui, in Danimarca, ho pensato molte volte: “Perché sono partita?”.

Cento risposte per una sola, apparentemente semplice, domanda: per mettermi alla prova in una situazione del tutto nuova, per dare il mio contributo ad un progetto in cui credo, per sentirmi cittadina europea, per scoprire una cultura diversa da quella di provenienza, per dare un contributo al mio Paese una volta tornata con nuove idee, per sentire la mancanza di quello che a casa era importantissimo ma spesso scontato, per andare oltre i propri limiti ma per saperli anche accettare (non siamo dei superman, ma degli esseri umani), per dare una svolta alla mia vita.

Osservando gli altri volontari mi sono accorta che molti hanno deciso di fare lo SVE (Servizio Volontario Europeo) per i miei stessi motivi. Altri, invece, per stare lontani da famiglie troppo apprensive o per scappare dal proprio Paese.

Molti di quelli che ho incontrato al pre-departure training se ne volevano andare dall’Italia perché è un Paese che non offre niente ai giovani a meno che non si sia “figlio, nipote, genero, di…”. Qui, in Danimarca, invece ho incontrato alcuni (per fortuna pochi) ragazzi che sono alla ricerca dell'”America” in Danimarca, di una situazione di vita migliore, di vantaggi, di trarre il massimo utile con il minimo sforzo.

In parte non biasimo queste persone perché comunque, migliorare la propria condizione è un diritto e se fatto con criterio, senza nuocere, si possono davvero ottenere dei risultati positivi. Il problema sorge se la motivazione che sta alla base dello SVE è solamente questa.

Se si scappa da un Paese “difficile” tramite un Programma come questo credo sia comunque fondamentale ricordare che nella Nazione ospitante si è VOLONTARI, non turisti, non persone in cerca di avventura. Si ha una responsabilità. Si utilizzano soldi provenienti dalla Comunità Europea per dare il proprio contributo ad un progetto che è stato vagliato e ritenuto idoneo.

Ciò non significa ovviamente che lo SVE debba diventare un lavoro, anzi. Bisogna ricordarsi di essere volontari, non semplici lavoratori.

Durante lo SVE si ha anche l’opportunità di scoprire un’altra cultura, di frequentare un corso di lingua, di fare delle gite mirate alla scoperta della storia, della natura, delle tradizioni del Paese ospitante. Guai non ci fosse l’aspetto ludico! Partecipare al Servizio Volontario Europeo significa infatti aderire ad un programma di volontariato che pone al centro dell’attenzione i giovani e la loro crescita.

Ma non si può ridurre lo SVE a puro svago e, ancor di più, non è corretto vederlo come un trampolino di lancio per fini egoistici.

Se questo è lo spirito che anima i volontari in partenza, sconsiglio caldamente di partire: se ne rimarrebbe delusi e non si farebbe altro che creare problemi. Bisogna infatti ricordare che non si è isole e le nostre frustrazioni possono influire sull’umore dell’intero team di lavoro.

L’associazione di invio, la sending organization, ha un ruolo di grande responsabilità: valutare l’idoneità del potenziale volontario all’intero di un programma con caratteristiche particolari come lo SVE, come il contesto dell’interculturalità, e all’interno del progetto scelto (volontariato ambientale, sociale,culturale, etc.). La sending organization dovrebbe cercare di valutare bene questi apsetti perché comunque l’aspirante volontario non lavorerà da solo, ma con altre persone. La responsabilità dell’associazione di invio è notevole. Se si sbaglia nella valutazione della persona, si possono davvero creare dei grossi problemi.

In particolare, ritengo sia fondamentale ragionare sull’idoneità del candidato all’aspetto dell’interculturalità, per evitare, ad esempio, di mandare un simpatizzante del Kuklus Clan all’interno di un progetto per insegnare a bambini africani a leggere e a scrivere. Questo ovviamente è un paradosso, ma, putroppo la fantasia non è lontana dalla realtà.

In certi casi, una persona con pregiudizi nei confronti di culture altre, può trovare nello SVE un modo per capire le dinamiche del proprio pensiero e vedere che in contesti diversi l’Uomo ha optato per diverse strategie di sopravvivenza, portando a quella diversità culturale che è la causa, insieme alla biodiversità, del fascino e della ricchezza del pianeta Terra.

E’ fondamentale però che ogni volontario abbia prima di partire gli strumenti per poter capire questo, il che significa un’infarinatura di Antropologia per capire che la base da cui si è sempre e comunque l’Io, l’etnocentrismo insito in ciascuno di noi.

Ma non si possono misurare le culture “altre” in base alla propria perché, così facendo, tutti quelli che non seguono le “nostre” regole potrebbero essere accusati di essere “stupidi”.

Della serie: “E’ così semplice questa cosa… perché non fanno così anche loro???”.

La risposta è semplice…

perché quel “così” non è universale, ma un modo di vivere elaborato nella “nostra” cultura.

 

Sembrano cose scontate probabilmente, ma posso assicurare che non è così e spesso mi capita di avere lunghe e sterili discussioni a riguardo. Sterili perché l’interlocutore sottovaluta il fattore cultura e non è aperto al cambiamento.

Mi sento quindi di lanciare un appello a tutte le sending:

MI RACCOMANDO SELEZIONATE CON CURA I VOLONTARI, CRECANDO DI CAPIRE LE VERE MOTIVAZIONI CHE STANNO ALLA BASE DELLA PARTENZA.

A volte, sapere dire “no”, è la cosa migliore che si possa fare.

16 commenti su “Perché lo SVE?

  1. Uelà.:-) Iniziavo a preoccuparmi…ed invece eccoti qua ! Purtroppo non ho molto esperienza con cose di questo tipo, ma credo di essere d’accordo con te. E’ giusto che una persona abbia piena consapevolezza della scelte che fa (anche se , a mio avviso, una piccolissima dose di “incoscienza” non fa male, soprattutto se si è molto giovani;-). Si deve rendere conto che andare in un paese straniero vuol dire confrontarsi con culture diverse dalle nostre. E purtroppo non tutti sono pronti a questo. Scivendo questo hai fatto una cosa che sicuramente verrà apprezzata moltissimo da chi vuole fare un’esperienza simile alla tua…Bell’articolo come sempre;-) Bellissime le foto che accompagnano molto bene l’articolo (la nostra pizzataaaaa :-))))

    Ti mando un abbraccio forte e un saluto anche da mia mamma: mi son permesso di farle leggere alcune cose che hai scritto qui sul blog ed è rimasta molto colpita positivamente 😉
    Un abbraccissimissimo!!!!

  2. Condivido tutto quello che ha scritto EnricoP.
    soprattutto sulla dose di incoscienza 😛

    E’ ovvio che condivido anche quello che hai scritto specialmente in un punto:

    “Bisogna infatti ricordare che non si è isole e le nostre frustrazioni possono influire sull’umore dell’intero team di lavoro.”

    Sicuramente è un problema difficile. Ed è un problema che bisogna affrontare sin dagli inizii.

    Sulla selezione, io ci andrei con i piedi di piombo. Non esiste uno strumento che possa misurare le nostre motivazioni e poi anche se fossero “VERE” bisogna comunque pensare che queste possono scomparire una volta arrivati “nella nuova realtà”. Una possibilità non la negherei mai a nessuno. Poi, ovvio mi posso sbagliare.

    Non si sa mai … magari quel membro del Kukus Klan cambia idea 😀

    In bocca al lupo per tutto

  3. Ciao Fabio! Il tuo commento mi ha fatto molto pensare… e ancora non ho finito di pensare…



    Penso che tua abbia PERFETTAMENTE ragione qando dici “sulla selezione ci andrei con i piedi di piombo”. Capire da un paio di incontri com’è una persona è davvero difficile e ci si può sbagliare, anche se ci possono essere degli “indicatori” (linguaggio verbale e non verbale).
    Non esiste poi, come dici giustamente, uno strumento in grado di misurare la nostra motivazione (conosco solo la macchina della verità ma non mi sembra funzioni moltissimo e poi sai che cosa ridicola durante un incontro con la sending organization :-D???).
    Non sono tuttavia d’accordo quando dici che le motivazioni possono scomparire una volta arrivati. Se una persona è VERAMENTE motivata a partire, una volta arrivata nel Paese ospitante non può che caricarsi di più, nonostante le difficoltà. Questo però se sei VERAMENTE motivato= se lo SVE non è solo una scusa per vedere com’è la vita in altro Paese e retarsci a vivere, ma qualcosa di più.
    Torno ad essere invece “agree with you” quando sottolinei “una possibilità non la negherei a nessuno”. In effetti un’esperienza di VOLONTARIATO non la negherei a nessuno (una delle poche clausole per partecipare allo SVE è costituita dai limiti d’età, dai 18 ai 30 anni).
    Ps. Mi piace l’idea della redenzione del membro del Kuklus Clan. E’ difficile ma non impossibile in effetti…
    La domanda quindi rimane:
    come si fa a conciliare lo spirito democratico che anima il volontariato alla necessità di avere delle persone valide capaci di portare un contributo positivo all’interno dell’organizzazione ospitante?
    ps. Un grazie di cuore ad Enrico e a Fabio per l’assiduità nel leggere i post e nel rispondere.
    pps. Completamente d’accordo con Enrico sulla dose di incoscienza che anima le persone che vogliono partire per lo SVE, senza la quale non si potrebbe vedere che “quasi sempre, dietro la collina, c’è il sole” ;-)))

  4. ciao Giada

    preferivo parlarne di persona , ma già che cè una bella riflessione in corso dico anch’io la mia….

    Lo sve è un progetto di cittadinanza, e la cittadinanza è un diritto di tutti…fosse anche quello del klu klux klan e sui diritti non si seleziona, almeno questo è quello che penso io e che ho cercato di fare in questi anni in cui mi sono trovato a contatto con i progetti di sve.
    e poi, senza con questo voler ewscludere nessuno, forse proprio chi ha meno esperienze , meno consapevolezza e meno spinta al volontariato può prendere di più da questa esperienza.

    Certo poi la cittadinanza è fatta da diritti e da doveri ed è importante che una persona sia consapevole di quello che ha avuto, che non si tratta solo di vacanza e di ubriacarsi tutte le sere ma molto molto di più che è un progetto per lui ma anche per la comunità che lo/la ospita e quindi prenda ma anche dia al tempo stesso, e poi la motivazione serve per riuscire a fare un progetto al 100% anche perchè penso che più si dia più s renda in questo progetto e se uno lo vive solo come una lunga vacanza alla fine sia il primo a rimeterci.

    Io parlerei più di orientamento che di selezione, non tutti i progetti vano bene per tutti, questo è sacrosanto e chi vuole fare lo sve, al di la di una buona dose di sana incoscenza, pennso sia importante che tutti quelli che sono coinvolti lo sappiano.

    un abbraccio e buono sve
    emi

  5. Mi piace complicarti la vita 😀

    “Con quel posso sbagliare” ribadisco il fatto che non ritengo di avere una ragione assoluta su questo tema. Sicuramente la tua opinione vale molto molto di più della mia dato che stai vivendo lo SVE in prima persona.
    Sulle vere motivazioni hai ragione, non spariscono.
    Però penso possa capitare che le difficoltà che si possono incontrare nello SVE possano a volte predominare sulle nostre motivazioni se queste non sono poi così forti. Un esempio potrebbe essere quello di scegliere un progetto sull’arte e la cultura e poi magari ci si ritrova a fare per la maggior parte del tempo il caffè o fotocopie per mesi e mesi senza la speranza che le cose migliorino.

    Lo so ho utilizzato un esempio estremo.

    Per me bisognerebbe essere sin dall’inizio onesti con se stessi. Questo richiede una grande maturità. Ma siamo tutti maturi a 20-18 anni ?

    Sul fatto della possibilità ti porto un esempio personale di una persona che per degli errori che ha fatto in passato ha dovuto fare del volontariato “obbligatoriamente”. In teoria era il meno motivato ma ora questo mio “compagno” nonostante non abbia più nessun vincolo e una delle persone più presenti nel gruppo di volontari che frequento.
    Per dire che a volte bisogna anche dare fiducia, e che una possibilità non va negata con tanta facilità.

    Sul fatto della permanenza e su come si comporta questa persona, se questo porta solo problemi. Allora si, hai veramente ragione te. Meglio che se ne vada.

    Mi ripeto: dico e faccio tante cavolate, quindi so che non ho la verità in mano, o almeno non su questo argomento. E quindi alla fine la mia rimane solo un opinione da persona esterna.

    Grazie per la risposta
    Have a great day!

  6. Di nulla, Giada, di nulla;-) ! Leggo sempre con piacere i tuoi post…! A volte leggere le tue cose mi “illumina” certe giornate buie…Non ho citato per caso l’incoscenza…Avrei tanto voluto essere stato un po’ più incoscente in passato…Soprattutto per superare certi ostacoli o per farmi rispettare da certe persone…E’ una delle cose che rimpiango di più…
    Effettivamente non dev’essere tanto facile capire se una persona può essere adatta o meno ad un’esperienza simile…Le persone non sono fatte in serie come le automobili…Può succedere che una persona a prima vista titubante si riveli un elemento di rilievo, come può accadere che una persona che ostenta sicurezza poi si riveli un fiasco…E’ difficile dirlo…E’ giusto comunque farsi un minimo di idea, poi spetterà alll’esperienza sul campo dare l’ardua sentenza…
    Ti saluto con tantissimo affetto :-)))

    Enrique

  7. La mia riflessione continua
    perché sono pienamente d’accordo sull’incosistenza dell’apparenza, ma anche consapevole che un volontario “sbagliato” può creare grossi problemi all’organizzazione. Si dovrebbe partire per aiutare e non per creare nuovi problemi… ma in effetti è difficile capire da un colloqui chi si ha davanti…
    Ma…
    essere o non essere…???

  8. spunti e riflessioni interessanti Giada!
    la libertà di circolazione, il diritto di cittadinanza, l’intercultura e l’apprendimento interculturale, i meccanisimi della democrazia sono anche al centro di un percorso molto interessante che sto facendo con un gruppo di ragazzi e ora stiamo proprio lavorando su un progetto di Youth Democracy (azione 1.3 del programma GiA), e leggere il tuo post e gli interessantissimi commenti dei tuoi amici mi ha dato ulteriori elementi su cui riflettere!
    e sono daccordo con te sul ruolo/funzione delle sending organization (lo sono anche io)…la parola selezione forse non è la più appropriata, ma quell’orientamento di cui parla Emiliano dovrebbe essere fatto davvero però. troppe sending organization si sono trasformate in “inviifici” (detto chiaramente e sinceramente, inviando decine, se non di più, volontari, difficilmente si può fare un lavoro appropriato con la singola persona) . e, lavorando con i predeparture trainings, non è bello vedere interi gruppi di volontari alla partenza che non hanno idea di cosa sia lo SVE.
    grazie per gli input Giada!
    baci

  9. Ciao Salvi! E’ proprio questo il punto: inviare gente all’estero sempre e comunque. E poi una cosa è mandare all’estero volontari per permettere a tutti di partecipare ad un’esperienza di volontariato all’estero e un’altra farlo per avere un finanziamento dalla comunità europea. E’ una questione spinosa!
    Interessante dibattito anche per me ;-)))!
    Grazie davvero!
    Giada

  10. è il tentativo di fare anche dello sve (Gioventù in Azione), un programma grandi numeri…stile erasmus…oh mamma :))

  11. Ciao Giada,

    io volevo fare un’esperienza con lo SVE. Secondo te 29 anni sono tanti? Perché sugli avvisi le associazioni ospitanti chiedono età come 18-25, e poche vanno oltre.
    Mi chiedevo quindi se sono troppo avanti con l’età, anche se alla fine, se si tratta di lavori con un po’ di responsabilità, l’età avanzata non dovrebbe fare male 🙂

    ciao e grazie.

  12. Ciao, sono un ragazzo di 17 anni e ho l’idea di partire per un progetto Sve l’anno prossimo, a 18 anni.
    Mi consiglieresti di farlo a questa età? Oppure dovrei aspettare?
    Ora sto in exchange per tre mesi in Irlanda, amo viaggiare e sono scout, quindi ho esperienze di volontariato alle spalle. Desidero davvero aiutare gli altri, non lo dico per dire, ma sento davvero di poter fare qualcosa per migliorare questo mondo.
    Ora, molti (adulti) mi dicono che non dovrei partire subito dopo la maturità, ma che dovrei iniziare subito con l’università per non perdere il ritmo. Io penso invece che non posso perdere questo treno, perché nel caso, dopo l’università probabilmente non sarei così motivato. Cosa ne pensi?
    Grazie

  13. Ho paura di andare allo sve parto tra poco un mese e mezzo sto. Perché non parlo quasi mai e non amici magari mi trovo male a stare con altre persone.

    1. Ciao,
      ho visto il tuo messaggio solo ora. Spero che tu nel frattempo sia partito lo stesso! 🙂 La paura è normale, ce l’abbiamo tutti in situazioni nuove. Ma poi passa, questo è il bello. Se hai voglia, raccontami come è andata!

  14. inviato almeno 15 domande a progetti che mi interessavano e fatto 3 colloqui senza successo… mi sto un po’ demoralizzando. Come é andata a voi?

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