Dopo il Servizio civile

C’era Sara, sui giornali, qualche giorno fa, che inaugurava una mostra d’arte a Ferrara. E’ bello rivedere a distanza ragazze o ragazzi che hai conosciuto durante il Servizio civile. Scoprire cos’hanno fatto nel frattempo, che strada hanno imboccato.

Capita di ritrovarsi per strada, anni dopo il Servizio civile. Oppure di incontrarsi nuovamente come colleghi, condividendo progetti di lavoro. Oppure, appunto,  di rivedere un volto conosciuto su un giornale. Così trovi la risposta a quella domanda difficile, a cui cerchi di dare risposta quando scrivi un progetto di Servizio civile: cosa succederà dopo? Quali sbocchi offre il Servizio civile, quali porte apre e quali sentieri inviterà a percorrere?

Sara, ad esempio, è stata volontaria in Servizio civile in un’associazione che si occupava di ragazzi disabili, in un progetto curato da Polesine Solidale. L’ho ritrovata in una scuola, mentre ero impegnato in un laboratorio sul volontariato, diventata professoressa di Storia dell’Arte. Tra i suoi progetti, cura mostre d’arte. Ed eccola, appunto, sul giornale, mentre inaugura una mostra alla galleria Cloister di Ferrara, “The wheel of life” dell’artista norvegese Eva Laila Hilsen (vedi foto sopra).

Vedo abbastanza spesso anche Federico. Il Servizio civile credo sia stato una tappa fondamentale del suo percorso di volontario, educatore, appassionato del sociale. Oggi lavora in un incubatore di impresa sociale, una realtà molto interessante, vista da fuori: molti volti giovani, un continuo alternarsi di proposte e attività.

Il mio omonimo Francesco, che durante il Servizio civile ha fatto attività con i ragazzi disabili e realizzato diversi video sul volontariato, oggi fa lo psicologo, dividendosi tra mille lavoretti (e un figlio nato da poco). Giulia, invece, aveva la passione per le culture di altri popoli, con un amore particolare per l’Africa: oggi lavora, guarda caso, in una cooperativa sociale che accoglie ragazze e ragazzi stranieri.

Ma si potrebbe parlare di Enrico, che ha fatto il Servizio volontario europeo e poi è rimasto a vivere in Francia, di Matteo, che alla fine ora sta Londra, o di Giada, che lavora in un museo, o ancora di Nadia, che ha riversato l’energia e la passione che ricordavo dieci anni fa nel sitting volley, la pallavolo per chi, come lei, non può camminare. E Mattia e Filippo e Valentina e Souavis e Elisa e ben tre Giulia e una lista di nomi che non finirebbe mai. L’elenco è lungo.

Sono più di cinquanta i ragazzi e le ragazze che ho conosciuto in questi anni, seguendo i loro progetti di Servizio civile. Li ricordo tutti e di quasi tutti ho avuto notizie nel tempo. C’è chi ha trovato lavoro in un comune e chi in una cooperativa, chi lavora con ragazzi disabili e chi nell’accoglienza dei richiedenti asilo, ma anche chi fa tutt’altro. E c’è, ovviamente, chi ho completamente perso di vita, ma va bene lo stesso.

Ci chiediamo spesso cos’è il Servizio civile? Un anno di impegno civico, un’esperienza di formazione, una via di mezzo tra volontariato e lavoro, un modo per portare avanti i valori dell’obiezione di coscienza, un rito di transizione all’età adulta? Tra le molte cose che mi piace pensare sia il Servizio civile, c’è anche questa: un’occasione per cercare di capire cosa si vorrebbe “fare nella vita” e per accumulare ciò che occorre per percorrere la strada che ci attende.

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